Antonio| 27/01/2017

 

 

Ho voluto iniziare questo articolo non partendo da immagini scioccanti, in quanto intravvedo il rischio di una certa assuefazione, quasi una specie di inflazione del male che rende quindi il male come privo di un effettivo valore negativo che deve fare insorgere le coscienze, ma partendo dall’arte, dalla musica di un compositore nato a Praga, catturato dai nazisti e morto di polmonite in Baviera: Erwin Schulhoff; dobbiamo tenere la memoria di queste grande persone e riflettere sul livello di barbarie che può raggiungere l’uomo quando dimentica di vedere negli occhi dell’altro e del diverso la propria stessa umanità, forse perché incapace di vedere la propria stessa umanità.

Forse, dico forse, bisognerebbe lasciare andare la memoria dei carnefici che non meritano nulla e tramandare invece le vite, le sofferenze e le lacrime delle vittime per riflettere su come poter preparare le nuove generazioni ad essere staffette di rispetto e democrazia, dando così a chi verrà dopo un vaccino contro ogni forma di violenza e intolleranza.

La Giornata o sarebbe meglio dire il Giorno della Memoria si commemora il 27 Gennaio ed è una ricorrenza stabilità per legge votata il 20 Luglio 2000, più tardi l’Organizzazione delle Nazioni Unite adottò la stessa risoluzione nel 2005.

Il Giorno della Memoria ricorda tutte le vittime della Shoah, ossia l’eliminazione sistematica degli ebrei da parte del regime nazista; fa riflettere pensare che nel decennio degli anni ’30 il regime nazista aveva avviato già un’eliminazione di persone, ritenendo che la loro vita “non fosse degna di essere vissuta” e solo dopo passò alla comunità ebraica. Credo che questo debba fare riflettere, ma non è questo il luogo.

La data del 27 gennaio 1945 rappresenta il momento della prima prova, che il mondo ebbe, dell’esistenza dei campi di concentramento nazisti; il 27 gennaio 1945 la 60° Armata sovietica entrò nella cittadina polacca di Oswiecim, Auschwits in tedesco, scoprendo l’orrore di questa struttura e ciò che nascondeva il motto posto all’entrata del campo di concentramento: “Arbeit macht frei” ossia “Il lavoro rende liberi”.

Secondo alcuni, la scelta di questa data è errata in quanto sembra voler fare dimenticare alle nostre coscienze che l’Italia era alleata di quei carnefici e collaborò a quel piano scellerato (si pensi alle leggi razziali del 18 settembre 1938). Per tutte queste ragioni il deputato Furio Colombo propose il 16 ottobre come data per le celebrazioni, in quanto il 16 ottobre 1943 è la data del rastrellamento del ghetto di Roma, quando mille ebrei furono catturati e deportati dall’Italia ad Auschwitz; chiaramente questa ricorrenza avrebbe focalizzato l’attenzione sulle deportazioni razziali e sottolineato le responsabilità anche italiane nello sterminio. Invece l’ Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti avrebbe sielto il 5 maggio, anniversario della liberazione di Mauthausen, dove furono incarcerati molti oppositori italiani al regime fascista.

Qualunque sia stata la scelta,  dobbiamo trarre un insegnamento da questa tragedia, ricordando e trasmettendo a ogni persona, soprattutto alle nuove generazioni, i valori che permettano di creare un nuovo modo di interagire con l’altro che per essere accettato non deve essere per forza simile a noi per lingua, religione, colore della pelle, usanze, come vorrebbe un certo moderno populismo fautore dell’etno-democrazia; dobbiamo capire forse che l’altro ha diritti inalienabili e quindi che l’altro deve essere rispettato, magari partendo dal linguaggio; le parole che tolgono dignità all’altro sono l’anticamera di ogni persecuzione fisica, si inizia con gli attacchi verbali per finire a negare il diritto a un lavoro, a una casa, a dimorare in un certo luogo e infine si arriva a sostenere l’eliminazione fisica.