Redazione| 06/05/2021

Mentre l’Italia si appresta a ricevere dall’Europa (sperando che vada a buon fine) denaro a fondo perduto (che non dovrà quindi restituire) e prestiti (che dovrà restituire tra qualche anno), tema che coinvolge anziani e giovani, tutta l’opinione pubblica italiana è divisa dal dibattere attorno a un intervento su Canale5 in prima serata di due comici che hanno voluto sradicare, almeno secondo loro, le catene del politicamente corretto in nome di una “libertà” di dire quello che si vuole e di ridere su quello che più si vuole.

Oggetto della loro comicità sono stati: gli immigrati, gli omosessuali e gli ebrei; già da questo, avendo ormai una certa età e ripensando alla comicità anni 70, credo che manchino solo i balbuzienti (ma anche i disabili) e le persone di bassa statura, per ritornare a un cliché alquanto datato e vecchio. Secondo i due comici, ridicolizzare minoranze è sinonimo di libertà se l’azione non è motivata da odio, tutto è ammesso quindi secondo loro.

Però io mi pongo una domanda: ridicolizzare non è scopo malevolo? Non si intacca la dignità medesima delle persone? Una volta la satira era contro politici e potenti (vedasi la comicità di Crozza), trovo vagamente semplice e anche intimidito occuparsi di persone comuni, appartenenti a minoranze che sono apparse nella cronaca come oggetto di violenze. Credo che nessuno possa aver difficoltà a capire che ridicolizzare le persone ne ferisce la dignità la quale è un valore inalienabile, quindi non trattabile, che deve essere riconosciuto a ogni persona che ha il diritto di non essere trattata come mezzo di divertimento tramite scherno. Questo valore assoluto è una conquista della nostra civiltà, è affonda le radici nell’interpretazione più corretta del messaggio cristiano di Gesù.

Immagino la critica: vuole vietarci di usare parole come negro, frocio, ebreo, …. ?

Signori, chi ha ricevuto un’educazione nei decenni successivi alla guerra sa bene che i limiti fanno parte di una società, come i cartelli stradali fanno parte della circolazione per le vetture, non limitano, ma al contrario rendono possibile la libertà di movimento!

Quindi la risposta è proprio che non possiamo in publico utilizzare le parole che vogliamo perché non abbiamo diritto di offendere l’altrui dignità, il rispetto a cui mi riferisco non è un discernimento che fa chi parla, ma chi ascolta. Semplificando: decide cosa è offensivo chi è spettatore delle nostre parole, non noi che le proferiamo. E i comici? Devono rendersi conto di cosa è la comunicazione, del potere che possiedono con il mezzo televisivo, della capacità di influenzare atteggiamenti e quindi lo stare insieme delle persone.

E chi soffre delle offese? O chi semplicemente si annoia per una comicità vecchia e inutile?

Non stupiamoci poi se le persone preferiscono a Mediaset o alla RAI TikTok, YouTube, Netflix o la miriade di siti che offrono telefilm di ogni tipo, in ogni lingua.

Il giorno in cui televisioni e carta stampata vedessero lettori e spettatori calare, si pongano una domanda: non hanno così tanto sovraccaricato di cattivo gusto i loro messaggi da stomacare un palato ormai assuefatto a sapori forti o disgustato altri? In quel giorno non si azzardino a utilizzare soldi pubblici per aiutare imprese che hanno provocato una fuga di clienti a forza di una miope strategia. Le risorse pubbliche vanno utilizzate o per servizi ai cittadini o per diminuire le tasse, non certo per mantenere i vari circhi di Mangiafuoco sparsi per l’Italia.

Veniamo alle critiche.

Limito la libertà? No, al contrario, le restituisco il suo significato più profondo ossia come slancio e istinto creativo per produrre uno sviluppo armonico nella società. Possiamo utilizzare un gesto del braccio per allungare una pietanza o dare uno schiaffo, nella nostra libertà, il primo permesso e il secondo vietato, come mai? Le civiltà si basano su un abbandono degli istinti distruttivi (pulsioni distruttive come la violenza) e su una loro sublimazione. Non c’è altra strada se non un ingentilimento. Ipocrisia? No, consapevolezza che il nostro agire è e deve rimanere in binari per evitare di cozzare contro i diritti inalienabili delle persone.

Se si bestemmia, se si dicono parolacce, se si ridicolizza, se si offende non si è più liberi, ma semplicemente più incivili!

E, c’è una aggiunta importante che ci insegna la storia, dove vige la barbarie gli scambi sociali si fermano e con essi anche gli scambi economici. Non è un caso che il commercio si sviluppi lì dove alle divisioni tra le persone (politiche, religiose, ….) si sostituisce la capacità di creare occasione di dialogo, di un guadagno per tutti: nelle civiltà sviluppate, anche economicamente, si sostituisce alle battaglie i contratti.

Per tutto questo reputo che quello che ci propongono i due comici è un pericoloso imbarbarimento, non una riconquista di libertà.

Scopo? Non so, credo cercare qualcosa che faccia parlare e quindi funzioni come pubblicità e creazione di un “pubblico”. Da sempre la televisione privata guarda al numero di spettatori , non certo alla qualità e a un messaggio che possa migliorare la convivenza pacifica. Degrado anche politico, molti, sia a destra che a sinistra, hanno tirato un sospiro di sollievo alla vista di un Mario Draghi, uomo dell’establishment finanziario, ma che ci ha restituito quella figura di un politico silenzioso, operoso, rispettoso di buone maniere e di un fare molto pacato, ben lontano dai politici con festicciuole a cui partecipano nipoti di importanti capi di Stato o con foto su twitter tra porchette, patatine, campanelli e mojito.

Chiamavano l’Italia il Belpaese, il Paese con arte, architettura, stile, moda, eccellenze, vogliamo veramente ridurci come una osteria tra urla, schiamazzi e volgarità?

Mi auguro di no. Vi auguro di no. Per il resto? Le persone che amano un certo tenore di vita e vivere nell’eleganza faranno l’unica mossa possibile su questa scacchiera ormai compromessa da due errori strategici (debito pubblico e sfiducia): risparmiare, mettere da parte e portare prima la liquidità e poi le persone all’estero.

Perché sì, sono d’accordo con la Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776, vi è il diritto costituzionale alla felicità e lo stesso concetto di governo e di patria sono soggetti alla felicità dei singoli, quando questo diritto non viene tutelato, nessuna fedeltà dobbiamo al Paese.