Playa de Ingles , 6 km di bellissima spiaggia, fruibile tutto l’anno

I numeri sono allarmanti, ormai indicano che qualcosa non va, che l’Italia sta perdendo di fascino, di bellezza, di interesse, quando si registra una costante fuga, senza che questo flusso diminuisca per i governi o politiche economiche e sociali, significa che c’è un vulnus ancora più profondo, una ferita prima che alla credibilità, un a distruzione della stessa speranza nel futuro.

Che un giovane voglia vedere il mondo è nell’ordine delle cose, che un neolaureato voglia provare nuove esperienze è nella logica dell’alta formazione, che pensionati e famiglie con bambini piccoli preferiscano andare all’estero, significa che quello che è stato distrutto è la speranza.

Ma come si costruisce questa speranza? A questo proverò rispondere alla fine. Per ora veniamo ai numeri, i soli iscritti all’AIRE (il registro degli italiani residenti all’estero) sono più di cinque milioni, tenuto conto che gli italiani sanciti sono 60 milioni, significa che ormai circa l’ 8% degli italiani ha deciso di vivere all’estero. A questi, per esperienza , devono sommarsi tutti coloro che vivono all’estero, magari con lavori precari e che quindi non hanno ancora deciso di iscriversi all’AIRE; tra queste persone vi sono coppie senza figlie, persone appartenenti al gruppo LGBT (gay, lesbiche e transessuali) che cercano nei paesi stranieri una possibilità di vivere una vita più tranquilla e tutelata rispetto a quello che avviene in Italia.

Quindi riassumendo, la situazione è che dall’Italia fuggono tutti, indipendentemente dal gruppo di appartenenza, dall’età anagrafica, dalle idee, ma tutti uniti dalla convinzione che ormai l’Italia non abbia più nulla da offrire a loro.

Ma veniamo ai freddi numeri: nell’ultimo anno hanno preso la residenza all’estero 123.193 cittadini italiani: diplomati, laureati, pensionati, artigiani, impiegati; ma sbaglieremmo a credere che questo sia il problema, questo è l’iceberg, la sua punta, la base è ben più ampia e il registro dell’AIRE non riesce a cogliere le effettive dimensioni del fenomeno: in dodici anni hanno preso residenza all’estero due milioni di italiani, una media di 166.000 all’anno, il 2018 non si discosta molto da quella cifra.

Il 56% di chi prende residenza all’estero ha un’età compresa tra i 18 e i 44 anni, il 19% è minorenne; sempre più se ne stanno andando i laureati, sinonimo che prima di una fuga per il lavoro e una fuga per le aspettative, ormai il 30% di chi prende residenza all’estero è laureato, il 34.8% è diplomato, il resto ha la licenza media. 

Vi ricordate ancora che vi ho detto che questa fuga dall’Italia per me non è una fuga dalla povertà? Perché sostengo questo? Ve lo spiego, le città da cui si scappa sono città come Milano, in primis, poi Roma, Genova, Torino e solo al quinto posto troviamo una città del Sud. E se analizziamo i dati dei residenti all’estero incrociando i dati delle regioni troviamo che al primo e al secondo posto delle regioni da cui si parte ci sono due regioni ricche: Lombardia e Veneto, solo al terzo posto la Sicilia, poi Emilia Romagna e Liguria. E qui concludo il mio ragionamento, la politica italiana sta lacerando il tessuto sociale, con ciò le relazioni tra le persone, si aggiunga l’economia incerta, viene fuori la volontà della ricerca della felicità, di un paradiso perduto o da trovare: come spiegare altrimenti la fuga di chi magari avrebbe tutto l’interesse a rimanere?

Tra le persone in età da lavoro si preferisce andare in stati quali la Germani, Regno Unito, Francia, per parlare di mete europee; tra gli over 60 si preferiscono mete quali il Portogallo, la Spagna, la Thailandia e nuova proposta: l’Irlanda.

Ma tenetevi forte prima di leggere questi numeri, tra coloro che prendono la residenza all’estero sono aumentati del 78% gli over 85, del 36% circa quelli tra i 65 e i 74, del 21% circa chi ha tra i 50 e i 64.

Le piazze inferocite e osannanti i nostri politici sembrano non fermare questa ondata cospicua di connazionali che partono il proprio reddito oltre confine, alcuni riuscendo a detassarlo; a questi vanno aggiunti i non residenti all’estero per evitare di perdere gli sgravi per l’abitazione principale in Italia e coloro che hanno un reddito prodotto in Italia e che quindi non possono prendere residenza all’estero, ma che tengono risparmi in banche estere e hanno proprietà e patrimoni all’estero. 

Una domanda sorge spontanea, fossero gli italiani all’estero una piccola minoranza, non sarebbe fenomeno importante, ma qui stiamo parlando di circa il 10% della popolazione più quelli che …. “vorrebbero, ma non possono”.

Cosa sta succedendo e come andrà a finire?

Fonte FattoQuotidiano

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